I Due “Guardiani della Soglia” tra Morte e Mondo Spirituale (Parte 2)
di Riccardo Tavilla
La Soglia nelle tradizioni esoteriche orientali e occidentali.
L’immagine della Soglia, e di una presenza o di una prova che si incontra prima di accedere a una realtà spirituale superiore, non è propria esclusivamente dell’antroposofia. La si ritrova, con forme e significati differenti, in numerose tradizioni esoteriche e religiose. Non sarebbe tuttavia corretto sostenere che tutte descrivano gli stessi due Guardiani di Steiner. Ciò che appare comune è piuttosto un principio: l’accesso a una realtà superiore è subordinato a una trasformazione e a una capacità di riconoscimento che corrispondono al grado di sviluppo raggiunto dall’essere umano.
Nell’antico Egitto, per esempio, il Libro dei Morti e il Libro delle Porte descrivono il viaggio dell’anima attraverso porte dell’aldilà custodite da esseri preposti al passaggio. Il defunto deve conoscere la porta e i nomi dei suoi guardiani per poter procedere. La concezione egizia è naturalmente diversa da quella di Steiner, ma contiene già in forma esplicita il motivo della porta spirituale custodita e del passaggio subordinato a una determinata conoscenza.
Una corrispondenza molto più vicina si sviluppa nell’esoterismo occidentale moderno con il Dweller on the Threshold, il “Dimorante sulla Soglia”. Il termine viene fatto risalire generalmente a Edward Bulwer-Lytton e al suo romanzo Zanoni (1842), ma entra successivamente nella terminologia teosofica. Nella letteratura teosofica associata a Helena Petrovna Blavatsky, il concetto viene collegato alla sopravvivenza di elementi astrali appartenenti alla personalità precedente e alle componenti inferiori che non sono ancora completamente dissolte o trasformate.
Questa impostazione presenta una significativa convergenza con il Piccolo Guardiano di Steiner, pur senza coincidere con essa. Anche Steiner non considera il Guardiano semplicemente come un’entità esterna: lo presenta come una realtà nella quale si condensano le forze karmiche e le parti dell’essere umano che non sono ancora state trasformate. Nel suo testo sul Guardiano, quest’ultimo dice esplicitamente all’allievo: “Tu mi hai formato” e, proprio per questo, hai assunto il compito di trasformarlo. Il Guardiano è quindi contemporaneamente ciò che l’uomo è diventato e ciò che egli deve trasformare.
La concezione viene sviluppata ulteriormente da Alice A. Bailey. In Glamour: A World Problem, il Dweller on the Threshold è collegato alla somma delle tendenze istintive, dei condizionamenti, dei “glamour” e degli atteggiamenti mentali derivati dal passato individuale e dalle precedenti esperienze. Bailey lo mette in relazione con la personalità integrata nella sua natura inferiore. Di fronte ad essa compare l’ “Angel of the Presence”, che rappresenta il polo opposto e superiore. Il processo iniziatico consiste progressivamente nel portare il Dweller sotto l’influenza dell’Anima, fino alla sua trasformazione attraverso la luce.
Qui la corrispondenza con Steiner è particolarmente evidente: il Guardiano non deve essere semplicemente eliminato, perché rappresenta una parte reale dell’essere umano; deve essere riconosciuto, dominato e trasformato. La differenza è che Bailey sviluppa il concetto attraverso la relazione fra Dweller e Angel of the Presence, mentre Steiner articola la Soglia attraverso due figure distinte, il Piccolo e il Grande Guardiano.
Anche G. I. Gurdjieff utilizza un’immagine nella quale il passaggio verso un livello superiore è legato all’esistenza di “porte” e alla necessità di sviluppare una trasformazione reale dell’essere. Nel Quarto Cammino, tuttavia, è importante non attribuirgli arbitrariamente una dottrina dei “due Guardiani” analoga a quella di Steiner: nelle sue formulazioni il tema centrale è piuttosto quello delle porte attraverso le quali l’uomo può entrare in un livello superiore di essere, e della necessità di acquisire una vera unità interiore. Gurdjieff distingue l’uomo ordinario, frammentato e dominato da molteplici “io”, dall’uomo che attraverso il lavoro su sé stesso sviluppa una presenza e un centro più stabile.
In questo senso Gurdjieff converge con il principio della Soglia soprattutto sul piano psicologico e iniziatico, più che nella descrizione di una figura specifica. Il passaggio non viene concesso semplicemente perché l’uomo lo desidera: occorre che egli abbia effettivamente sviluppato qualcosa che prima non possedeva. La “porta” è quindi inseparabile dalla trasformazione dell’essere.
Anche nelle antiche tradizioni dell’India troviamo un’immagine sorprendentemente vicina al principio generale della Soglia. Le Upanishad descrivono infatti differenti vie che l’essere umano può percorrere dopo la morte. La Chandogya Upanishad, in particolare, distingue il Devayāna, il “cammino degli dèi”, dal Pitṛyāna, il cammino degli antenati. Il primo conduce progressivamente verso Brahman e non comporta il ritorno alla vita mortale; il secondo conduce invece attraverso i mondi degli antenati e termina con il ritorno all’esistenza terrena.
Ancora più significativo è il linguaggio utilizzato dalla stessa Chandogya Upanishad quando parla del Sole come porta verso il mondo di Brahman: per chi possiede la conoscenza, questa porta costituisce l’ingresso; per chi non possiede tale conoscenza, l’ingresso è precluso. Non troviamo qui un “Guardiano” nel senso steineriano, ma ritroviamo un principio fondamentale: la realtà superiore non è accessibile semplicemente attraverso la morte; la qualità della coscienza e della conoscenza sviluppate durante la vita terrena determina il percorso dell’essere.
La Chandogya presenta inoltre una concezione particolarmente interessante per il tema della reincarnazione: coloro che seguono il cammino degli antenati raggiungono temporaneamente un mondo superiore e, esaurito il frutto delle loro azioni, ritornano alla Terra; coloro che seguono il cammino degli dèi, invece, raggiungono una destinazione dalla quale non ritornano alla condizione mortale. È una distinzione che mostra come, già nella filosofia indiana antica, il destino post-mortem non sia concepito in modo uniforme per tutti gli esseri umani, ma in relazione al loro grado di conoscenza, alla loro condotta e al tipo di coscienza sviluppata.
Anche per Steiner la morte non produce automaticamente lo stesso risultato per tutti. L’anima attraversa il Kamaloka e, in funzione di ciò che ha sviluppato e trasformato, vive il mondo spirituale in modo differente. Il Guardiano non rappresenta quindi un giudice arbitrario che divide le anime fra “ammesse” e “respinte”: la Soglia rende manifesta la corrispondenza fra l’essere dell’uomo e la realtà spirituale che egli è capace di percepire e vivere. Steiner afferma esplicitamente che, quando alla morte l’uomo non possiede ancora le facoltà necessarie per operare coscientemente nel mondo spirituale, le esperienze superiori vengono velate fino a quando egli non sia in grado di comprenderle.
Da questo punto di vista, le diverse tradizioni possono essere accostate senza essere confuse. Nell’Egitto antico troviamo la porta custodita; nelle Upanishad le diverse vie e la porta verso il mondo superiore; nella teosofia di Blavatsky il residuo astrale del passato; in Bailey la personalità integrata come Dweller e l’Anima come sua controparte superiore; in Gurdjieff la porta come immagine del passaggio verso un diverso livello di essere; in Steiner troviamo infine una formulazione particolarmente articolata nella quale la Soglia diviene il luogo dell’incontro con ciò che l’uomo è diventato e con ciò che è chiamato a diventare.
Il punto comune non è dunque l’esistenza universale di un “mostro” o di un’entità che arbitrariamente impedisce il passaggio. È qualcosa di più profondo: l’uomo non può entrare pienamente in una realtà spirituale semplicemente perché lo desidera; deve diventare capace di quella realtà. La Soglia manifesta questa legge.
Ed è proprio per questo che il Guardiano può essere considerato, nelle diverse tradizioni che utilizzano questo simbolismo, non tanto un carceriere quanto il custode di una legge di corrispondenza. La sua funzione, là dove il simbolo assume questa forma, è impedire che l’uomo confonda ciò che proviene dalla propria interiorità con una realtà spirituale oggettiva e rendere evidente ciò che ancora deve essere trasformato. In Steiner questa funzione raggiunge una forma particolarmente articolata attraverso i due Guardiani: il primo rivela il risultato del passato, il secondo apre verso l’ideale futuro; e, nella prospettiva più alta dell’esperienza iniziatica, il Grande Guardiano conduce verso la figura del Cristo come modello dell’evoluzione umana.
Articolo di Riccardo Tavilla
Tratto dal libro “Inseguendo le Chimere: Il disagio dell’essere umano nella società meccanicistica e la riscoperta della dimensione spirituale alla luce del pensiero di Rudolf Steiner“ di Riccardo Tavilla, dedicato ai rapporti tra coscienza, società contemporanea e condizione umana.
Libro disponibile qui: https://www.amazon.it/dp/B0H2ZHP5W9
Fonte: https://www.fisicaquantistica.it/








































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