Dormono la Notte? L’Etica Interrotta dei Lavoratori della Guerra
di Redazione Inchiostronero
Dalla fabbrica al fronte, dalla routine al massacro: come si vive sapendo (o fingendo di non sapere) di costruire strumenti di sterminio? Le bombe che cadono ogni dieci minuti non sono magie tecnologiche: le costruiscono persone, tecnici, operai, ingegneri. Umani come noi.

Un interrogativo semplice quanto dirompente: come fanno a dormire la notte coloro che costruiscono bombe, missili e strumenti di morte? E cosa vedono, quando si guardano allo specchio o abbracciano i loro figli?
Attraverso uno sguardo antropologico e filosofico, l’articolo scava nelle giustificazioni, rimozioni e dissonanze cognitive che permettono a migliaia di persone di partecipare ogni giorno alla macchina industriale della guerra. Con richiami alla banalità del male di Hannah Arendt, alla modernità liquida di Zygmunt Bauman, e al processo di Norimberga, dove la scusa era sempre la stessa: “abbiamo solo eseguito degli ordini”.
“Le loro bombe hanno sterminato più di diciottomila bambini, MA LORO NON LO SANNO. Per questo è indispensabile che decidano di non saperlo.” — R.A.Q.
Ogni bomba che esplode ha una filiera. Dietro ogni missile che penetra le mura di una casa a Gaza, a Kharkiv, o a Kabul, ci sono mani che l’hanno montato, occhi che l’hanno progettato, menti che ne hanno ottimizzato la resa.
Persone che probabilmente si alzano presto, timbrano il cartellino, bevono il caffè alla macchinetta, discutono dei figli o della squadra di calcio, e poi… producono morte.
Ma dormono la notte? Si guardano allo specchio? Si considerano persone “per bene”?
L’Ingranaggio dell’Orrore: la Responsabilità Spezzettata
L’antropologia e la filosofia morale ci insegnano che gli esseri umani sono abilissimi a spezzare la responsabilità in micro-frammenti. È quello che Zygmunt Bauman ha chiamato “la modernità dell’Olocausto”: la capacità della società moderna di creare sistemi in cui nessuno si sente pienamente responsabile, perché il male è diviso, burocratizzato, tecnicizzato.
“Io progetto, ma non decido dove andrà quella bomba”. “Io saldo pezzi metallici, non uccido”. “Io faccio solo il mio lavoro”.

Queste frasi, così banali, sono le fondamenta della “banalità del male” – il concetto che Hannah Arendt elaborò osservando il processo a Adolf Eichmann a Gerusalemme. Eichmann, uno dei principali organizzatori della deportazione degli ebrei, non appariva come un mostro, ma come un impiegato zelante, ligio agli ordini. Diceva: “Non ho mai odiato nessuno. Ho solo seguito degli ordini.” Ai tempi di Norimberga i gerarchi nazisti, chiamati a rispondere dell’Olocausto, cercavano scudo nella stessa formula: “Abbiamo ubbidito a degli ordini.”
Oggi, la formula si aggiorna: “Abbiamo rispettato il contratto.” “È un’industria legale.” “Non sono io che premo il bottone.”
Ma il meccanismo mentale è identico.
Decidere di Non Sapere: la Dissonanza Cognitiva Programmata
Non è solo che “non sanno” cosa fanno le loro bombe – è che scelgono di non saperlo. È un processo noto in psicologia come dissonanza cognitiva: l’essere umano non può tollerare a lungo il contrasto tra ciò che fa e ciò che sa, quindi modifica ciò che vede, ciò che crede, ciò che sente.
Se guardassero davvero negli occhi un bambino dilaniato, se conoscessero per nome le vittime, forse non riuscirebbero a lavorare. E allora si chiudono gli occhi. Si affida il pensiero al “ruolo tecnico”. Ci si rifugia nell’ “anonimato del sistema”.
Famiglia, Figli, Specchi: il Ritorno dell’Umano
Eppure, viene naturale chiedersi: che rapporto hanno con i propri figli? Si sentono dei bravi padri, delle madri affettuose? Possono amarli davvero, mentre partecipano – anche indirettamente – al massacro dei figli degli altri? La risposta, per quanto dolorosa, è spesso: sì. Perché l’amore è compartimentato, come l’etica.
“Mio figlio è un bambino. Gli altri sono numeri.”
Ma l’interrogativo morale resta come un tarlo. E il silenzio che lo avvolge è la più inquietante delle risposte.
Conclusione: Fermare la Macchina, Prima che ci Schiacci Tutti

Scrivere queste cose non significa puntare il dito solo sui lavoratori delle armi. Significa guardare in faccia un sistema culturale che ci rende complici, ogni giorno, a più livelli.
Ma se vogliamo smettere di essere ingranaggi, dobbiamo iniziare da qui: rompere il silenzio. Guardare. Sapere. E poi scegliere.
Anche a costo di non dormire più come prima. Ma almeno tornare a essere umani.
Forse gli operai avranno una gratifica. Chissà che programmi fanno i lavoratori-bombaroli? Comprarsi l’auto nuova? Andare in crociera ai Caraibi?
Articolo della Redazione Inchiostronero
Fonte: https://www.inchiostronero.it/dormono-la-notte-letica-interrotta-dei-lavoratori-della-guerra/


















































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