HomeEvoluzione personale e consapevolezza“Non ce la faccio più!” O Cambi o… ti arrendi al Peggio    

di Andrea Di Lauro

I monti sono maestri silenziosi. Le camminate in montagna mi hanno insegnato molto, su me stesso e la vita in generale. Una delle consapevolezze che l’alta quota mi ha lasciato, è quella che dice: “non sai quanto è lontano il tuo limite”.

Camminavamo già da quattro, cinque o forse sei ore ormai. Avevamo lasciato la vetta già da un po’. Per quanti sassi calpestavamo, la meta sembrava sempre inarrivabile. Non so quante volte ho ripetuto mentalmente (e non solo) “non ce la faccio più…”, fatto sta che ho faticato per altre sei ore quel giorno, prima di poter tornare a casa.

Come dicevo, le camminate in montagna mi hanno insegnato molto, soprattutto riguardo ai nostri veri limiti. Per quante volte io dicevo che non ce l’avrei fatta, che le gambe non ne volevano sapere di fare un altro passo, che avrei fatto meglio a dormire nel bosco, continuavo a camminare, sorprendendomi più volte delle folate di energia che mi arrivavano di tanto in tanto. Queste esperienze, quando ancora si facevano quelle uscite in “modalità survivor” da 12/14 ore non stop, mi hanno sempre fatto capire che il limite umano è sempre molto più lontano di ciò che pensiamo.

Il limite è lontano anche nella vita

Se questo può essere considerato un frangente positivo nel trekking, dal punto di vista della vita in generale, diventa una maledizione. Per intenderci meglio, “basta, non ce la faccio più” è stato il mio mantra per molto tempo. Quante volte avrai urlato anche tu quest’affermazione? Quante volte la sentiamo dire dagli altri? Ma in quanti si soffermano con consapevolezza e si auto-osservano in quella costernazione? Quanti si rendono consci che il limite è ancora troppo lontano, e che veramente si arriva al limite, solo quando questa frase è così usurata, da essere divenuta ormai priva di significato?

Libri e varie...

Compensazioni inconsce

La vuoi sapere qual è la verità? È che ti piace fare il protagonista della tragedia, o meglio, è l’unica cosa che ancora puoi fare. Si tratta di una delle poche cose di cui puoi ancora godere: il tuo stato di sofferenza. Credo di non parlare per tutti i lettori, ma la maggioranza degli esseri umani si è arresa ad una vita scadente. Ogni tanto l’uomo medio riemerge, mette la bocca fuori dall’acqua, prende fiato e urla a se stesso che ha raggiunto il suo limite, che non può farcela oltre. Questo, però, serve soltanto ad accarezzare la sua parte inconscia, che sa benissimo che ce la farà anche questa volta… serve soltanto un piccolo contentino, un dolcetto, un film, un abbraccio…

Quando diciamo che non ce la facciamo più, in verità ci stiamo solo lagnando, e celatamente godiamo del protagonismo del nostro dolore, perché la sommatoria di tutte le piccole sofferenze di una vita inumana ci colpisce ogni giorno.

Guardatemi: “non ce la faccio più!”

Nel ripetere quest’affermazione, godiamo del nostro vittimismo mentre gli altri ci danno attenzione. Ma si tratta di un godere distorto, non tanto per la capacità di assaporare ogni evento, quanto per l’impossibilità di fare altro. Stiamo parlando di un farsi piacere una situazione spiacevole perché è divenuta un’abitudine nel corso degli anni. Un’usanza nata e alimentata dalla coercizione, e non dalla libera scelta.

Per capirci, se il mio animo è in pace e sono felice, posso godere di ogni cosa mentre cammino: del canto degli uccelli, del volteggiare delle nuvole, del sasso che urta la mia caviglia e della fatica. Se invece sono insoddisfatto della mia vita, il canto degli uccelli sarà una cosa normale e noiosa e non ci farò caso. Il vento sarà fastidioso, le gambe bruceranno, starò male, non ce la farò più. E allora non mi resterà altro che godere in modo distorto della mia sofferenza, mentre cerco di scacciarla e combatterla perché non mi è rimasto altro da fare.

Questo è ciò che succede nella vita di molte persone oggi. Non ce la facciamo più a trascorrere le nostre giornate sul posto di lavoro. Il weekend piove, durante la settimana, invece, splende il sole e la vita intanto vola via… Si rinuncia ai propri obiettivi personali, gli hobby svaniscono, lasciando il posto ai soli doveri. Doveri, doveri, sempre più doveri…

Il circolo vizioso da cui uscire

Passiamo la vita a fare cose che non vogliamo, impariamo a soffrire e a trarne piacere: questo è un lavoro inconscio che serve a mantenere ad un livello accettabile la propria salute psicofisica. Ci rifugiamo nei vizi per questo… cos’altro possiamo fare? Ma ciò non fa altro che svilirci ancora di più. Siamo dipendenti, schiavi, deboli, dei falliti… questo ci rende sempre meno contenti di noi stessi e sempre più insoddisfatti.

Libri e varie...

Se non piaciamo a noi stessi cerchiamo la salvezza negli altri, i nostri rapporti allora saranno contaminati da questo virus. Bisogno, dipendenza, gelosie e attaccamento portano a relazioni insoddisfacenti, che ribadiscono ancora una volta quanto stiamo scendendo in basso. E ancora una volta, urliamo che non ce la facciamo più in questa vita, e per l’ennesima volta non percepiamo nemmeno quanto è lontano il nostro vero limite.

Spezzare le stampelle: o cadiamo e restiamo a terra, o impariamo a camminare

E allora ci prendiamo la nostra dose di caffeina, o di zucchero, o di tabacco, o di sushi, o di Netflix, o di Amazon, o di queste cose tutte assieme, e torniamo a zoppicare. Stampelle per tirare avanti vero? E stiamo male, male, sempre più male. E inveiamo contro Dio, quando cerchiamo un motivo, una risposta… “perché io, perché questo succede proprio a me”. E non ci rendiamo conto che siamo tutti nella stessa barca, anche quelli che ci sembrano più felici di noi, ma che, in realtà, si portano dentro il nostro stesso demone.

“Dai che ce la fai, dai che ce la fai… dai che magari stasera al super enalotto… Dai che magari questa è la volta buona col gratta e vinci”. Dai che… La verità è che non ce la faremo mai. Più passano gli anni e meno energia avremo. Meno energia corrisponde ad uno stato di “zombie” sempre più marcato.

Due strade, anzi tre

Io, questo tipo di situazione, me la sono lasciata alle spalle molto tempo fa. Oggi come oggi, dopo aver osservato la mia condizione generale e quella di migliaia di altre persone, sono arrivato ad una conclusione, credo, degna di essere divulgata. Non dobbiamo assolutamente pensare di essere più furbi o più “forti” delle logiche del sistema generale. Il genio non è colui che si crede più furbo…

Parlando da una posizione molto alta, che non tiene conto di tutte le sotto-strade e traiettorie che compongono le strade più grandi, le scelte sono sostanzialmente due. Se veramente non ce la fai più, puoi fare soltanto due cose:

Arrenderti del tutto, rassegnandoti ad essere carne da macello e godendone in modo macabro.
Disabituarti alle dinamiche della vita normale, slegarti gradualmente da ogni dipendenza e dunque distanziarti sempre di più dal vecchio modello per avanzare verso uno diverso.

Esiste anche una terza strada, che è quella percorsa dal 95% delle persone. Sto parlando di quelli che si sono arresi, ma che ogni tanto sperano comunque nel gratta e vinci, nella politica, nella realizzazione immotivata di un loro sogno ecc.

Il messaggio della speranza in ogni forma d’arte o spettacolo

Figli degli anni ’60, ’70, ’80 e ’90, figli del boom economico. Siamo i figli di mezzo della storia, vero? Non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale! La nostra grande depressione è la nostra vita. La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti… ci fa fare i lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rock star… ma non è così!

Se solo ci fosse un po’ più di Tyler Durden in tutti noi, vero? Questa terza categoria di persona staziona nella prima scelta per poi, ogni tot, cercare di respirare, immergendosi in un nuovo mare: spiritualità, hobby, sviluppo personale, pratiche antiche raffazzonate per “occidentalotti” dai portafogli gonfi. Per quanto può sembrare questa la strada numero 2 (un’evasione con una meta precisa), ne sarà solo una brutta fotocopia.

O cambi o… non sei veramente stufo

Non sei veramente stufo, fino a quando non agisci o non ti arrendi del tutto. Dire che non ce la fai più significa rimanere in quel 95%, in quella terza strada comune. Stressarsi, sfogarsi e compensare lo stress con dei vizi, non significa cambiare. Fino a quando dirai che sei stufo e che sei giunto al limite… non sarà veramente così. E vuol dire che ce la fai ancora… che ce la farai eccome, perché avrai sempre la speranza di poter uscire un giorno da quella situazione.

Avrai sempre la possibilità di vivere la tua disperazione controllata, poiché non può esistere disperazione senza speranza. O ti arrendi del tutto e rinunci alla speranza… o cambi. Ripetere ogni giorno “non ce la faccio più” dice il contrario: ti adatterai, ti “zombificherai” e ce la farai; riuscirai fino alla fine a restare in vita senza aver vissuto.

Articolo di Andrea Di Lauro

Fonte: https://www.projectexcape.it/non-ce-la-faccio-piu/

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