“Animo”
di Francesco Marabotti
C’è un espressione che quando ero in Spagna non potevo soffrire quando me la dicevano, che è “Animo!”.

Quando raccontavi qualcosa a qualche amica o amico, magari che era un periodo che ti sentivi in difficoltà, e traspariva una tua difficoltà interiore, o magari eri semplicemente stanco, le persone mi rispondevano: “Animo Francesco!”.
Come a dire, “forza, tirati su!”. Mi arrivava come un messaggio più profondo, e cioè che in qualche modo fosse pericoloso o vietato lasciarsi andare allo sconforto e alla infelicità.
Mi ricordo che ridevamo di questa espressione con Mariano Crespo, professore alla Università della Navarra e tra i massimi esperti di fenomenologia al mondo, anche lui stufo che tutte le persone gli dicessero “animo!”. Egli notava che era un’espressione che prima non si usava molto, ma che ha iniziato a prendere piedi negli ultimi anni.
Mi ricordo a questo proposito una cosa che mi aveva colpito, quando lessi che Papa Bergoglio fece affiggere un cartello con la scritta “Vietato lamentarsi” sulla porta del suo studio a Santa Marta.
Certo, ne capisco il senso, di non lasciarsi andare al vittimismo, di non cadere nella palude di lamentele continue di cui è pieno questo mondo, di trasformare il senso di tristezza in una proposta positiva. Ma comunque, direi a pelle, ci sentii come una rimozione, come un messaggio profondamente distorto.
“Il libro delle lamentazioni” per esempio fa parte della Bibbia, e in realtà tutto il messaggio biblico è attraversato da momenti di sconforto, di dubbio, di senso di abbandono, perfino il Cristo quando cita il salmo 22, “Dio mio, Dio, perché mi hai abbandonato?”. Pensate se qualcuno fosse passato e avesse detto a Gesù “Animo!”. No, in quel momento, e in tanti momenti della vita, abbiamo semplicemente bisogno di essere accolti nel nostro vissuto, di essere ascoltati in quello che stiamo provando, senza nessuno che ci dica che dovremmo sentirci in modo diverso.
Forse è per questo che quasi tutti oggi vanno a chiedere aiuto a psicologi, e non alla Chiesa, forse perché lì hai uno spazio di ascolto, di accoglienza, dove potere essere finalmente te stesso, e non dovere mostrare quella finta gioia che si dovrebbe provare perché “siamo cristiani”.
Il problema poi è che questo “vietato lamentarsi” si ripresenta nella società, in quella forma che Lauren Berlant chiama “Ottimismo Crudele”: “Ogni indicatore empirico, sociologico, statistico, o culturale ti dice che la tua generazione (se hai, circa, dai quarant’anni in giù) non avrà le condizioni di stabilità, di capitale, le condizioni di ‘buona vita’ dei tuoi genitori o, banalmente, quelle che hai immaginato quando bambino pensavi al tuo roseo futuro.
Ciononostante, anche se vivi la tua precarietà, la mancata realizzazione di quelle promesse, come il fallimento di un intero progetto esistenziale, rimani attaccato a quella promessa perché non farlo significherebbe sventolare bandiera bianca verso ogni speranza nel futuro, e continui a sforzarti sempre di più, sempre di più, oscillando tra euforia (eccola che arriva la svolta) e disperazione, e ti immiserisci per ottenere il sottoprodotto del suo sottoprodotto”. (https://www.illibraio.it/news/dautore/ottimismo-crudele-1468182/).

Credo che invece il primo passo per una trasformazione reale, interiore e politica, sia proprio iniziare ad ascoltare il grido di insoddisfazione che proviene dalle nostre coscienze. Non a vietare di esprimerlo, o peggio a tramutarlo in un falso entusiasmo per essere bravi impiegati in un sistema crudele.
Fare cioè del disagio e dell’insofferenza un motore della trasformazione. Perché forse la felicità emerge proprio dall’ascolto della propria infelicità non rimossa, lavorando sulle cause profonde che la generano.
Articolo di Francesco Marabotti
Fonte: https://t.me/darsipace_marcoguzzi

















































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